Lo spread delle cancellerie europee
Il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, si appresta oggi a prendere le sue decisioni sulla base di un robusto teorema. Egli afferma che l’acquisto di bond dei paesi in difficoltà non è un aiuto agli stati membri, proibito dai trattati europei, in quanto è attuato sul mercato secondario, è effettuato solo su titoli a breve termine sulla base di severe condizioni stabilite in sede comunitaria e ha come obiettivo la stabilizzazione finanziaria che la Bce deve perseguire. Con questa linea, Draghi emerge non solo come banchiere centrale abile nelle mediazioni e creativo, prudente però deciso, ma anche come personaggio di prima grandezza della politica europea e dell’Eurozona, con un’utile supplenza alle carenze di leadership e di assetto istituzionale a livello comunitario e nei principali stati membri.
10 AGO 20

Il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, si appresta oggi a prendere le sue decisioni sulla base di un robusto teorema. Egli afferma che l’acquisto di bond dei paesi in difficoltà non è un aiuto agli stati membri, proibito dai trattati europei, in quanto è attuato sul mercato secondario, è effettuato solo su titoli a breve termine sulla base di severe condizioni stabilite in sede comunitaria e ha come obiettivo la stabilizzazione finanziaria che la Bce deve perseguire. Con questa linea, Draghi emerge non solo come banchiere centrale abile nelle mediazioni e creativo, prudente però deciso, ma anche come personaggio di prima grandezza della politica europea e dell’Eurozona, con un’utile supplenza alle carenze di leadership e di assetto istituzionale a livello comunitario e nei principali stati membri.
Nella crisi del debito spagnola, un leader energico come Mariano Rajoy fa molta fatica a gestire le gravi falle nelle finanze regionali e nell’intreccio permissivo fra poteri autonomi e grosse banche locali. Per l’Italia, accanto alle istituzioni formali e informali che abbisognano di riforma (da quelle della macchinosa struttura burocratica nazionale, al rapporto neocorporativo fra Confindustria e sindacati, all’intreccio fra Mediobanca e il suo opaco salotto industrial-finanziario), ci sono le incongruenze e le faziosità politiche che hanno portato al governo tecnico. In Francia, ove pure le istituzioni sono robuste e adatte alla governabilità in tempi di crisi, c’è un leader sbiadito in fretta come François Hollande che, con il suo anacronistico programma vetero-socialdemocratico, non è in grado di combinare le politiche di rigore con quelle di sviluppo, e appare indeciso e nebuloso sulle nuove architetture istituzionali europee: a partire dalle modalità di intervento del Meccanismo europeo di stabilità, al perimetro delle competenze della Bce sul sistema bancario, per finire con la grossa questione delle nuove politiche di Draghi.
In Germania, c’è un dibattito fra voci divergenti, all’interno della maggioranza di governo e nell’Spd. Angela Merkel sostiene la linea di Draghi, peraltro senza riuscire a smorzare i limiti e gli ondeggiamenti del potente ministro dell’Economia Wolfgang Schäuble e senza prospettare un programma europeista chiaro e una linea coerente di economia di mercato di concorrenza, come facevano un tempo leader quali Konrad Adenaur e Ludwig Erhard. Il presidente della Bundesbank Jens Wedmann, che fa parte del direttorio della Bce, si esprime contro la linea di Draghi, ma il rappresentante del governo tedesco vota a favore. E al vertice della Commissione europea c’è l’onesto José Manuel Barroso, non un leader carismatico come Jacques Delors. Ma la supplenza di Draghi non è eterna.